Autobiografia »  
Biografia e catalogo delle opere
fino al 2005
di Jesús María Martínez (file pdf)
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Intervista / riflessione
1995
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È molto difficile per un pittore parlare, è più facile comunicare attraverso le immagini. Tuttavia l'artista in alcuni momenti deve riuscire a spiegare, a comunicare quelle
che sono le radici, le fonti della sua arte, qualunque sia questa arte: la pittura,
la poesia, la musica, in modo da comunicare esattamente i percorsi che compie per arrivare a questa comunicazione. Io penso che l'opera
d'arte non si esaurisce in un unico senso, ma si può esprimere attraverso varie forme. In questo senso il popolo latinoamericano è maestro nell’interpretazione, nel riconoscere nell'opera d'arte, dei significati che superano le intenzioni comunicative dell‘artista.

In America Latina
Sono da 25 anni in America Latina dove mi ero recato con l'esplicita intenzione di non dipingere più, lasciando la mia precedente esperienza di insegnante a Madrid, volevo essere là solo come sacerdote. Può essere sorprendente questa mia decisione, ma nacque nel 68 da un'esperienza che feci presso la cattedrale di Basilan nel sud delle Filippine, dove ebbi l’opportunità di incontrarmi con il terzo mondo, un terzo mondo doloroso, sofferente e dove mi resi conto che c'erano dei valori che superavano i valori dell'arte di cui fino a quel momento mi ero nutrito. Nel '70 mi recai in Perù dove fondai la Missione dei Clarettiani in una zona della foresta peruviana nel dipartimento di S.Martin, vicino al fiume Huallaga, un affluente del Rio Amazonas. Dopo due anni,
ci fu un forte terremoto e la chiesa di quella comunità, una chiesa fatta di fango, crollò. Fui incaricato di progettare la nuova chiesa, destinai un grande spazio per una pittura. Realizzai 130 metri quadrati di pittura murale, molto più del progetto iniziale, in quella chiesa nella selva di Juanjuì sul tema della salvezza. È successo in quel periodo qualcosa che ha influito molto il mio lavoro successivo di pittura in America Latina,
ve lo racconto: un giorno entrai nella chiesa e vidi una donna anziana che stava percorrendo con lo sguardo, tutta la pittura murale, passando dall’immagine di Adamo ed Eva attraverso l'immagine del peccato originale, del popolo ribelle, dei profeti,
del tema di Maria, di Cristo risuscitato, fino ad arrivare ad una donna anziana che guardava un bambino morto nella sua piccola cassa. Davanti a questa immagine
la donna cadde in ginocchio, accese una candela e rimase pregando davanti all'immagine della madre con il suo bambino morto.
Questo fatto mi rivelò due aspetti fondamentali:
- la differente cultura religiosa che esiste tra noi e i nostri fratelli latino-americani,
- la grandissima forza che può scaturire da un'immagine.
Mi resi conto che questa persona attraverso la forza delle immagini, riusciva a entrare in contatto con il mondo religioso e quindi con Dio. Questo fatto fu importante per me per scoprire che il nostro Dio non si rivela solamente nella storia generale dei grandi fatti, ma nella storia della vita quotidiana della gente.
Per questo fatto decisi di tornare a dipingere. Scoprii che, mentre le parole si consumano rapidamente quando vengono utilizzate, nelle immagini questo non accade.
Nella nostra cultura occidentale che ha delle origini greco-romane, siamo abituati
a lavorare intellettualmente con i concetti. Per gli uomini e le donne latino-americane invece, c'è una maggior facilità a comprendere le immagini e ad entrare nella realtà attraverso le immagini piuttosto che a elaborare intellettualmente dei concetti.
Scoprii quindi il mondo dell'immagine come lo strumento più adatto per comunicare con queste persone del Perù e della zona Amazzonica.

Nella rivoluzione nicaraguense
Nel 1980 lasciai il Perù per rispondere all’invito fattomi dai cristiani del Nicaragua del Centro Ecumenico Valdivieso. Era la sfida della fede in un contesto rivoluzionario, e
li aiutai durante due anni, a riflettere e a collaborare a questo processo rivoluzionario, attraverso l'elaborazione di opuscoli e la creazione di immagini per l’editoria.
In Nicaragua scoprii un altro fatto molto importante, che l'arte può essere non solo testimonianza da parte dell'artista che comunica al popolo dei valori, dei sentimenti attraverso le immagini, ma anche viceversa uno strumento per il popolo per testimoniare il suo processo storico di cambiamento e di evoluzione.
Questo fatto che io scoprii in Nicaragua che è un paese che io amo moltissimo, fù così forte per me, che caratterizzò tutta la mia opera artistica negli anni tra l'80 e il ‘90.
Mi resi conto, con i miei compagni, che nel processo di cambiamento storico, che si stavano realizzando in America Latina si stava sviluppando un processo che definirei "pasquale di cambiamento", per cui tutti gli anni di sofferenza, di morte, di patimenti che avevano caratterizzato la storia di questi popoli, non avevano comunque diminuito la forza, la speranza in un mondo nuovo, in un mondo diverso, in una possibilità che poteva ancora verificarsi, di quella gente.
Perciò io continuo nelle mie opere fondamentalmente a trattare la dialettica morte-vita.
La morte, che è un processo costantemente presente nella storia dei popoli dell'America Latina, che è causata dalla dimenticanza nei progetti dei governi della parte più povera di questa società. Noi in America Latina, i poveri li chiamiamo "impoveriti", nel senso che questa povertà è causata dalla negligenza e dalla dimenticanza dei differenti governi. Sottolineo questo aspetto negativo di morte, perchè ci tengo a precisare che per il popolo, la sofferenza, la morte, il dolore, non sono per forza esperienze negative, in quanto portano in se il seme della vita e della speranza in una prospettiva diversa. Di fatto il popolo dell'America Latina, affronta la morte con una certa allegria, o perlomeno con la speranza che la morte non è un passaggio definitivo nella vita di una persona.

Voglio dipingere la storia
Io voglio dipingere la storia, perché penso che è nella storia che il nostro Dio si incarna. Questa storia è costruita dal nostro popolo in una continua dualità tra morte
e vita, tra fallimento e speranza, tra forza e desiderio di cambiamento.
Dietro questo sforzo io voglio sottolineare la ricerca di un'immagine che sia meno acculturata ma sia più vicina all'animo latinoamericano; l’immaginario di un popolo che attraverso un processo di coscientizzazione arriva a diventare autore della propria storia. Nelle nostre chiese latino-americane, ci sono delle immagini portate dai missionari che sono molto europee e che sono estranee alla cultura indigena o alla cultura afro·americana. Io avrei voluto riproporre quello che e successo in Africa,
dove c'è stata una maggiore reinterpretazione in chiave africana, del messaggio cristiano. Questo può dimostrare che la religione, in alcuni momenti, può essere
uno strumento di oppressione della propria cultura, che non lascia quindi esprimere
la vera natura culturale di quel popolo. Per questo io mi sforzo di dipingere Gesù vicino alla cultura indigena, alla cultura meticcia; di dipingere Maria come se fosse
una donna del popolo latino-americano. La gente quando vede queste immagini non accetta immediatamente questo tipo di proposta, ha bisogno di riflettere sulla propria cultura prima di accettarle pienamente. Quando questo succede, accettano veramente queste immagini non acculturate.
Il contenuto dei miei lavori quindi ha percorso questo cammino di cui vi ho parlato, dipingendo in vari luoghi dell'America Latina, privilegiando soprattutto il Brasile
e in particolare la Prelatura di San Felix dove c'è un vescovo che è nostro compagno clarettiano: Pedro Casaldaliga, col quale abbiamo elaborato una tematica per dipingere la nuova chiesa. Compaiono in queste pitture, i temi
caratteristici di questa terra: il martirio, la lotta per la terra (che ancora è molto forte
in tutto il Brasile e in particolare in questa Prelatura di San Felix) e il tema di Maria

Un lavoro collettivo
Vorrei infine, parlarvi un pò della metodologia che adotto prima di iniziare questi lavori. Arrivo sul posto e convoco immediatamente la gente della comunità e discuto con loro il tema che svilupperò nella pittura. L'opera si può dire che è collettiva, principalmente perché la gente collabora discutendo insieme al pittore il tema e portando la sua visione di ciò che si deve rappresentare.
Inoltre collabora anche portando succhi di frutta, caffè e dando da mangiare al pittore che nei vari giorni realizza l'opera. Questo è un processo molto interessante perché
si stabilisce questo fortissimo contatto tra il pittore e la gente della comunità. Non c'e quindi l'individualismo del genio, dell'artista che lavora singolarmente, ma piuttosto
c'è la forza che viene da questa comunità che fa sentire fortemente sostenuti durante la realizzazione di tutta l'opera. Con questo continuo dialogo, con la discussione,
io un po' per volta mi convinco che davvero sto interpretando insieme alla comunità
il tema che ho pensato.

"Risusciterò nel mio popolo"
Voglio terminare ricordando un'esperienza fatta a Panama dove abbiamo una comunità di rifugiati salvadoregni. Vi erano circa 600 persone accolte nell'epoca in cui era presidente Torrijos, ed erano persone che fuggivano dal loro paese a causa della repressione politica. Arrivarono a Panama dove hanno potuto costruire, in un'area messa loro a disposizione dal Governo Panamense, una piccola città che chiamarono "Città Romero" in onore di Mons.Oscar Romero.
Costruirono le loro case e la loro piccola cappella di legno.
M'invitarono poi a dipingere il martirio di Romero.  Cominciammo a riunirci e pensammo di elaborare il tema ispiratoci dalla frase pronunciata da Romero: "Se mi uccidono, risusciterò nel mio popolo". Dipinsi il momento in cui Romero, colpito, cade al suolo e dal suo corpo morto e insanguinato, si alza Romero vincitore perché era riuscito a vincere coloro che lo avevano ucciso. Dipinsi su delle tavole che la gente aveva preparato, alcuni fatti che il popolo stesso aveva
raccontato: l'incendio delle case, la fucilazione dei bambini buttati in aria e colpiti dagli spari dei fucili e lo squartamento delle persone.
Quando queste persone hanno potuto far ritorno nella loro terra, grazie all'azione di Acnur, un organismo internazionale che si occupa dei rifugiati, hanno lasciato tutto tranne queste tavole dipinte.
Se questo succede è perché ancora l'arte può dire qualche cosa alle nostre coscienze.

   
 
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